Le donne che hanno fatto l’Europa: Simone Veil

Donna, ebrea, ex deportata, pacifista, europeista, sull’avambraccio il numero 78651. Nell’Olocausto aveva perso il padre, la madre e un fratello.

Simone Veil fu per l’Europa molto importante e diventò la «prima donna presidente» del primo Parlamento eletto a suffragio universale, proposta, dal presidente francese Valery Giscard d’Estaing. Simone era il simbolo della necessaria riunificazione franco–tedesca, il modo migliore di voltare definitiva mente pagina dopo le guerre mondiali, il miglior augurio possibile per il Parlamento appena eletto e per il futuro corso dell’Europa.
«Quello che per me è stato determinante, dopo la tragedia che ho vissuto, era l’idea che se vogliamo evitare il ripetersi di una simile barbarie, l’unica soluzione è arrivare a riconciliarci costruendo insieme un’entità europea» – insisteva – «È indispensabile, fare di tutto perché le generazioni a venire non patiscano quello che abbiamo vissuto noi».

Forte, determinata, ambiziosa, con una capacità di lavoro impressionante. Veniva da cinque anni di lavoro in Francia come ministro della Sanità, unica donna ministro del governo Chirac: In cinque anni aveva creato le farmacie veterinarie, la contraccezione, l’assistenza ai disabili, la lotta al tabagismo, la ricerca sui vaccini. Ma soprattutto aveva legato il suo nome, nel 1974, alla nuova legge sull’interruzione di gravidanza, la «loi Veil» che, mandando in soffitta le vecchie norme punitive del 1920, legalizzava l’aborto entro le prime dieci settimane.

Non era stato per niente facile. La Francia aveva scoperto la forza di questa giovane ministra che orgogliosamente teneva testa a insulti, accuse, recriminazioni di sapore medievale o violentemente antisemite.
La Veil, ebrea ed ex deportata, veniva «accusata di razzismo, di genocidio legale, di gettare carne umana nei forni crematori». Il Parlamento era inondato di volantini ed emblemi razzisti. «Qualcuno la attese fino all’alba per insultarla fuori dall’aula parlamentare». Nel 1979 un neoeletto deputato del Front National avrebbe dichiarato in un’intervista, che il genocidio aveva sicuramente «mancato» un bersaglio: lei.

Il genocidio L’aveva «mancata» di poco. Nata a Nizza il 13 lu glio 1927, ultima dei quattro figli di André Jacob, ar chitetto, e di Yvonne Steinmitz, che avrebbe insegnato alle tre figlie l’importanza di «studiare e lavorare», e avere «un’autonomia» – Simone era stata deportata ad Auschwitz a neanche diciassette anni, e si era salvata solo grazie a una kapò polacca che l’aveva trovata «troppo carina per morire».
Era riuscita a tornare a Parigi nel maggio 1945 e lì aveva scoperto il dolore, l’isolamento, il senso di umiliazione e di colpa che i sopravvissuti della Shoah erano destinati a portarsi dietro per tutta l’esistenza. Aveva reagito sia con un’accelerazione straordinaria dei ritmi di vita – sposata a diciannove anni con tre figli in pochi anni, studiando contemporaneamente per entrare in magistratura.
A Strasburgo, donna ed ebrea, pronunciò il suo primo discorso da Presidente sulle sfide che l’Europa avrebbe dovuto affrontare negli anni a venire: pace, libertà, benessere. Lei vedeva un solo modo per riuscirci: realizzare «l’Europa della solidarietà, l’Europa dell’indipendenza, l’Europa della cooperazione».

“Voglio ora sottolineare con forza il nuovo passo fatto dalle Comunità Europee con questo Parlamento eletto, per la prima volta, a suffragio universale diretto.
È la prima volta nella storia, una storia in cui così spesso siamo stati divisi, contrapposti, che i popoli hanno eletto insieme i loro delegati in un’assemblea comune che rappresenta, in questa Camera oggi, più di 260 milioni di persone.
Qualunque sia il vostro credo politico, siamo tutti consapevoli che questo passo storico, l’elezione del Parlamento Europeo a suffragio universale, è stato compiuto in un momento cruciale per il popolo della Comunità.
Tutti i suoi Stati membri si trovano ora di fronte a tre grandi sfide: la pace, la libertà e la prosperità, e sembra chiaro che esse possano essere affrontate solo nella dimensione europea.
Tutti si aspettano garanzie, salvaguardie e azioni di rassicurazione dai governi e dai rappresentanti eletti. Tutti noi sappiamo che queste sfide, si possono affrontare in modo efficace solo con la solidarietà.
Oltre alle superpotenze, solo l’Europa è un’entità capace di svolgere le azioni necessarie, che superano quelle di ogni singolo membro isolato. Se dobbiamo affrontare le sfide che l’Europa ha di fronte, abbiamo bisogno di un’Europa capace di solidarietà, di indipendenza e di cooperazione. Per “Europa di solidarietà” intendo solidarietà fra i popoli, le regioni e gli individui“ – Simone Veil, 1979

In quel discorso, non compariva una sola parola in favore delle donne, a parte un ringraziamento affettuoso a Louise Weiss per «il ruolo svolto in tutte le lotte per l’emancipazione». Ma proprio nel 1979, sotto la presidenza Veil, il Parlamento avrebbe dato il via alla prima commissione d’inchiesta sulla condizione femminile in Europa, da cui poi sarebbe nata, nel 1984, la commissione per i diritti delle donne e le pari opportunità. Ma non solo delle donne, lei rivendicherà a testa alta il diritto–dovere, per l’Europarlamento, di «stimolare e appoggiare tutte le iniziative capaci di fornire all’Europa un’anima e una coscienza politica». Come la «difesa dei diritti dell’uomo nel mondo», naturalmente; tra questi diritti quello fondamentale, «il diritto di ogni essere umano di poter mangiare a sufficienza».

Nella funzione internazionale di «portavoce» dei diritti umani, nella denuncia delle ingiustizie lei vedeva l’alto compito morale dell’Europa. L’unificazione politica sognata da Altiero Spinelli andava a rilento, i governi non volevano cedere in autorità, ed ricominciati di nuovo i nazionalismi e i sovranismi.

C’è bisogno di ricordare quanto fossero pericolosi, tutti i nazionalismi? Per secoli «gli europei non hanno smesso di combattersi in guerre fratricide».
«La seconda guerra mondiale e i genocidi che l’hanno accompagnata sono stati una barbarie», e hanno segnato un punto di non ritorno nella storia dell’umanità, e l’Europa non poteva più riemergere dall’abisso se non attraverso un atto straordinario come la riconciliazione tra i sopravvissuti.
Dopo aver lasciato Strasburgo nel 1993 sarebbe diventata, nel 1995, la Presidente della Fondazione per la memoria della Shoah. Questa riconciliazione sarebbe stata il grande obiettivo della sua vita. Nel 2004, Simone Veil la superstite convinta che «la pace non era acquisita per sempre» e che «solo il progetto di solidarieta europeo», era in grado di dare qualche assicurazione per il futuro. Si sarebbe impegnata in una faticosa campagna per il Sì al referendum sul Progetto di Trattato costituzionale europeo. La bocciatura del Progetto di Trattato, per colpa dei nazionalismi dei singoli paesi, sarebbe stata per Simone un colpo durissimo. Ma non avrebbe mai abbandonato la lotta.
Diceva sempre «La grande avventura del XX secolo è stata di aver saputo fare l’Europa…. Ma l’Europa sarà prima di tutto ciò che noi sapremo farne».

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